Carabinieri Forestali, custodi della biodiversità

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Testo: Carabinieri Forestali, custodi della biodiversità
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Il bracconaggio non è un problema marginale. È una ferita aperta che incide sulla biodiversità già provata dai cambiamenti climatici, altera gli equilibri delle aree protette, alimenta un mercato illegale che tratta gli animali come merce e mette a rischio specie protette e migratorie. Ogni pettirosso salvato, ogni rete sequestrata, ogni denuncia è un tassello di una tutela più ampia: quella del patrimonio naturale italiano.
Per contrastare tutto questo ci sono uomini che lavorano quando il bosco dorme, quando le valli sono immerse nella nebbia o il terreno è coperto di neve: proprio nei momenti in cui gli animali selvatici diventano più vulnerabili.
Sono i Carabinieri Forestali, un reparto specializzato dell’Arma che unisce competenze scientifiche, capacità investigative e una conoscenza profonda del territorio. Nati nel 2016 con l’assorbimento del Corpo Forestale dello Stato nell’Arma dei Carabinieri, secondo quanto previsto dal decreto legislativo 177/2016, rappresentano oggi uno dei pilastri della tutela ambientale in Italia.
Il Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari (CUFAA), attivo dal 25 ottobre 2016, coordina circa 8.000 unità distribuite in tutto il Paese. La sede centrale è a Roma, ma la loro presenza è capillare: reparti dedicati alla tutela forestale e dei parchi, alla sicurezza ambientale ed energetica, ai controlli agroalimentari, alla protezione della biodiversità.
Il loro compito è proteggere ciò che spesso diamo per scontato: boschi, fiumi, fauna, ecosistemi interi. Ma una delle sfide più dure, e meno conosciute, è proprio la lotta al bracconaggio, un fenomeno che in alcune zone d’Italia resta radicato e, purtroppo, redditizio. Non si tratta solo di caccia illegale: è un sistema complesso fatto di reti, trappole, richiami vivi, commercio clandestino e tradizioni distorte. Le aree più colpite sono spesso quelle di confine o lungo le rotte migratorie, come le Prealpi lombardo-venete, considerate tra i principali punti critici europei per la cattura illegale di piccoli uccelli.
Le operazioni recenti mostrano quanto il fenomeno sia ancora diffuso. Nell’operazione “Pettirosso 2024” i Carabinieri Forestali hanno denunciato oltre cento persone, effettuato quattro arresti e sequestrato più di 2.400 uccelli selvatici, vivi o abbattuti. Nel Bresciano sono stati recuperati 903 uccelli abbattuti, 264 esemplari vivi, decine di armi e migliaia di munizioni. Nella Laguna Veneta, una giornata intera di controlli ha portato alla denuncia di quattro bracconieri impegnati nella cattura illegale di fauna acquatica. Numeri che raccontano un fenomeno strutturato, non episodico.
Le operazioni antibracconaggio sono lunghe e complesse: sopralluoghi notturni, quando i bracconieri piazzano reti e trappole; monitoraggi con droni e fototrappole per individuare movimenti sospetti; indagini coordinate tra nuclei territoriali e Raggruppamento CITES; collaborazione con associazioni ambientaliste che segnalano attività illecite e si occupano del recupero degli animali.
L’obiettivo non è solo punire, ma interrompere la filiera: sequestrare strumenti, smantellare reti di vendita, liberare gli animali ancora vivi.
E la loro attività non si ferma ai boschi. Negli aeroporti, dove transitano valigie provenienti da ogni angolo del mondo, i Nuclei CITES dei Carabinieri Forestali lavorano accanto alle Dogane e alla Guardia di Finanza. Aprono pacchi, controllano spedizioni, riconoscono dettagli che a un occhio distratto sfuggirebbero: una pelle arrotolata, un osso scolorito, un trofeo di caccia nascosto tra i vestiti. Qui intercettano animali vivi, resti di fauna esotica, souvenir ricavati da specie protette. Oggetti che spesso hanno attraversato continenti, rotte clandestine, mercati illegali. Ogni sequestro è una storia interrotta: un pappagallo sottratto al traffico, un corno d’avorio fermato prima di entrare nel circuito nero, un animale imbalsamato che non arriverà mai alla vetrina di un collezionista.
Il loro lavoro non è solo repressione: significa impedire l’ingresso di malattie, parassiti o specie invasive, e difendere una biodiversità fragile come non mai. È una frontiera diversa, fatta di luci al neon e nastri trasportatori, ma la missione è la stessa: proteggere ciò che non può difendersi da solo.
I Carabinieri Forestali sono eredi di una lunga storia di tutela ambientale, ma oggi operano con strumenti moderni e una visione più ampia: proteggere la natura significa proteggere anche la qualità della vita delle comunità umane. E nelle loro operazioni antibracconaggio c’è qualcosa di profondamente simbolico: la difesa di ciò che non ha voce, di ciò che vive nascosto, di ciò che rischia di scomparire senza che ce ne accorgiamo

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